| Gabriella |
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| Martedì 13 Aprile 2010 07:40 |
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Gabriella ricordando l’inizio della sua storia, mi racconta: “Non ho mai amato le sale d’attesa. Quelle dei medici poi hanno davvero un chè di sinistro. Sarà perché aspettare non è mai piacevole o, forse, perché dei medici hai sempre un po’ paura. E l’attesa non aiuta. La paura cresce e ti afferra lo stomaco col passare dei minuti, delle ore.......
..... Quel tardo pomeriggio, quasi sera, in quella sala d’attesa il disagio che avvertivo si era velocemente mutato in paura, difficile da arginare. Cercavo di distrarmi sfogliando poco convinta vecchie riviste zeppe di veline e calciatori, principesse e politici vari ma non riuscivo a leggere nemmeno le brevi didascalie sotto le foto. L’alternativa era quella di leggere alcuni giornali medici. Tra la noia e la paura i minuti passavano lenti. Non avevo mai atteso tanto dopo un esame mammografico. Dovevano aver trovato qualcosa. Anzi, avevano trovato qualcosa e non sapevano come dirlo. Intanto mi facevano aspettare. Non poteva che essere così. Oltretutto nella sala d’attesa ero rimasta completamente sola e potevo percepire il suono di una pacata conversazione dietro la porta a vetri che mi separava da loro”. Gabriella con autoironia sottolinea: “Quanta paura per una semplice mammografia e per il suo esito!” Poi continua il suo racconto: “Passati circa tre quarti d’ora mi fecero entrare. Non avevo nulla di particolarmente grave, ma dovevo fare un piccolo intervento ed era meglio sbrigarsi. Me lo dissero con garbo ma con fermezza. In questi casi non bisogna mai perdere tempo. Dopo due anni la cosa si è ripetuta con le medesime modalità. Un altro piccolo intervento e poi i controlli ogni sei mesi. Ormai per me è routine. Ma torniamo alla paura. Di solito amo prendere le difficoltà per le corna. Penso che farsi preda del panico non paghi mai, anzi alla lunga peggiori la qualità della vita. La mia paura aveva, tuttavia, origini fondate. Mia madre e le sue due sorelle erano state colpite dal tumore al seno. In casi come questi si parla di familiarità. Io dunque potrei ammalarmi ancora. Potrei. Niente è sicuro. Nel dubbio devo fare i regolari controlli e tutti gli esami con una frequenza più accurata. Tutto qui. Drammatizzare, vivere come braccati, ha un senso? Me lo sono chiesta tante volte, ma alla fine sono arrivata ad una sana conclusione: la paura non serve a niente così come non serve a niente evitare di chiamare la realtà col suo nome, trovare giri di parole per non dire cancro, tumore………….. Non è che se non li pronunci li cancelli! Parlarne è importante e oggi con la prevenzione si può fare molto. Vi sono donne che ancora non vogliono sottoporsi agli esami consigliati in nome di una sottile e immotivata forma di paura molto simile alla scaramanzia. Quasi come se farsi visitare ed effettuare regolari controlli potesse aprire un varco alla malattia. Sono dei pregiudizi che possono rivelarsi molto rischiosi. Vincere i timori, seguire i consigli dei medici ma soprattutto instaurare con loro un rapporto di piena fiducia può aiutare ad affrontare con coraggio e determinazione qualunque situazione, anche la più difficile”. Conclude il suo forte ed accorato racconto con un sorriso ancora autoironico: “Anche se le sale d’attesa continuano a non piacermi affatto so che a certe cose bisogna far fronte con maturità e con un pizzico d’ironia. In fondo le vecchie riviste stropicciate non sono poi così male”. La prevenzione oncologica e la diagnosi precoce, salvano la vita! |
















