Carlo PDF Stampa E-mail
Mercoledì 31 Marzo 2010 13:16

Tutto iniziò di notte, nel sonno.  Iniziò un dolore fortissimo al fianco sinistro. Cominciai a contorcermi nel letto ed i miei movimenti svegliarono mia moglie.
Pensavo che fosse  una  fortissima contrattura muscolare.
Pensavo, "basterà cambiare posizione ed andrà via in pochi minuti, come era successo  -ma in modo molto meno drammatico-  già altre volte".  Dopo quasi un'ora quando il dolore non andava ancora via, anzi peggiorava gradualmente, mia moglie decise  di portarmi in ospedale. Io non riuscivo più a capire nulla, non riuscivo a prendere decisioni, riuscivo a stento a controllarmi  per non urlare dal dolore. Io rimasi in pigiama, non riuscivo a fare il minimo movimento. Il dolore mi bloccava, come in una morsa. Al pronto soccorso diagnosticarono una colica renale..................



.......mi fecero delle ulteriori indagini diagnostiche, mi misero una flebo e gradualmente il dolore diminuì senza  scomparire. Mi ricoverarono. Non riuscivo a muovermi, paralizzato dal dolore residuo e da quello provato in precedenza che mi aveva stremato,  ero preoccupato, nervoso. Avevo la sensazione che quella notte non avrebbe  avuto  fine.
Arrivò il mattino. Altre analisi, altri esami, altre indagini, i medici, i loro camici bianchi, tutto lontano, distaccato, come se riguardasse un'altra persona. Mi rigiravano, mi spostavano, mi visitavano, pezzo per pezzo, come se fossi una macchina guasta, non una persona!
Un gonfiore alla parte sinistra del mio addome. Non l'avevo mai notato! La mia pancetta l'aveva mimetizzato. Mi  fecero accomodare su una sedia a rotelle, spostandomi  da un reparto all'altro. Non mi fecero più  seguire l'iter normale fino a quel momento seguito: passavo davanti a tutti. Capii che i medici erano allarmati, dentro di me cominciava a crescere la tensione. Tac, Risonanza Magnetica, Pet. Dagli esami era sicuramente emerso qualcosa di  molto grave.
Chiesi spiegazioni ad un medico, poi ad un'altro, ad un'infermiere. Tutti mi rispondevano di lasciarli lavorare.  Nessuno mi informava di nulla. Il corpo era il mio. Il paziente ero io, ma sembrava che la mia apprensione -o forse anche la mia presenza in quanto persona- disturbasse!
Ripresero i dolori. Più forti di prima. Ripresi a contorcermi. Mi fecero una iniezione in vena, mentre urlavo e singhiozzavo incontenibilmente. Dopo un pò -quando cominciai a stare solo un pò meglio- , mi portarono  in ascensore, poi  in una stanza al piano di sopra. Era la  stanza del primario. Era  piena di medici, assistenti. Lui cominciò a parlarmi con termini tecnici, spesso incomprensibili mi spiegò che avevo qualcosa di grave. Io non riescivo a capire quasi nulla di quello che mi diceva, un pò per la terminologia, un pò per la sofferenza , un pò per il mio stato emotivo già particolarmente provato. Ad un certo punto lo interruppi, gli chiesi di essere più preciso. Lui smise di guardarmi negli occhi, e così capii che stava per comunicarmi qualcosa di molto grave. Riprese  a parlare, questa volta più chiaro ma senza mai riuscire a riportare il suo sguardo nei miei occhi.
 Fu chiaro ma brusco. Parlò di testicolo, di rene, di intestino e poi, dopo una breve pausa, di cancro. Disse proprio così "lei ha il cancro, ed anche alcune metastasi ". Disse anche che ormai, a causa della diffusione della malattia, ero  inoperabile.
La mia vita in quel momento si fermò! Perchè non ho mai fatto quello che mi era stato consigliato tante volte! Ho trovato sempre il tempo per tutto. Per il lavoro, per i viaggi, per lo sport, ma non per me stesso, per la mia vita!  Aggiunge che ormai per me possono fare molto poco, forse solo la chemioterapia o la radioterapia. Ma non vi sono certezze!. Ho solo quarantacinque anni, un ottimo lavoro, delle buone condizioni economiche, una bellissima famiglia, ma non ho più la vita! 
So soltanto che ho avuto tanto tempo per pensarci, per pensare alle analisi preventive, alle diagnosi precoci, alla mia vita, ma non l'ho fatto! Ho dentro un profondo senso di colpa, non solo verso me stesso, ma  soprattuttto verso la mia famiglia.
Sono sconvolto. Sono sconvolti gli occhi di mia moglie, dei miei figli, degli amici.
Ogni pensiero, ogni aspettativa, dalla più piccola alla più grande, tutto diventa parte di un un progetto ora interrotto, di un mondo che fino ad un attimo prima c'era, e che, come per un incantesimo, si è dissolto ed è scomparso.
In una sola notte, tutto si è capovolto.



 

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